Era una sera d’Estate a Piandaccoli quando, passeggiando vicino al boschetto dell’Uccelliera con i cani, mi accorsi dello stato di abbandono in cui versava la Tenuta. Erano ormai passati molti anni da quando era stata effettuata l’ultima vendemmia. La vista di quei luoghi, in cui la nostra famiglia aveva così tanti ricordi, mi fece male.

Andai allora da mio suocero e lo convinsi, in realtà senza troppi sforzi, a lasciarmi riportare a nuova vita le nostre vigne. Fu così che agli inizi del 2000 decisi di intraprendere a Piandaccoli un nuovo percorso.

Passione

Mi avvicinai al mondo del vino con entusiasmo e con un’esperienza da industriale di oltre 40 anni sulle spalle. Ciò mi permise di unire alla passione per le nostre terre quella metodica vocata all’eccellenza che da sempre avevo applicato nel mio lavoro.

Fu, quindi, del tutto naturale rivolgermi a molteplici esperti: feci fare un saggio accurato del nostro terroir per capire quali vitigni piantare in quali appezzamenti. Al contempo, ero intenzionato a produrre un vino elegante, in cui il legno non fosse predominante e dai tannini setosi, richiesi di conseguenza a un esperto di tendenze una ricerca approfondita sull’evoluzione del gusto dei consumatori per i successivi 20 anni e con piacere constatammo che le mie intenzioni erano in linea con gli sviluppi allora prevedibili. 
Infine entrai in contatto con l’Università di Firenze, la quale mi propose di investire su alcune rare varietà colturali autoctone toscane. L’idea mi coinvolse immediatamente, perché si collegava alle altre mie grandi passioni: Arte e Storia. Inoltre, contribuire a recuperare i vitigni della Toscana Rinascimentale donava ancor più valore, enologico e morale, al nuovo corso della Tenuta di famiglia.

Visione

Una volta deciso di iniziare questo progetto di recupero, la strada che ci si delineò era chiara e allo stesso tempo una sfida. Chiara perché tutto il nostro lavoro sarebbe stato volto a valorizzare questi vitigni rari: ci ponemmo sin da subito come obiettivo il vinificarli in purezza, manipolandoli il meno possibile, per riuscire a capirli nel loro senso più profondo.

Una sfida perché si trattava allora di una totale ed assoluta novità: nessun disciplinare ci indicava il miglior modo per coltivare queste varietà o su come lavorarle in cantina. Non esisteva una strada battuta da percorrere, avremmo dovuto capire tutto sul campo. Di fatti, prima di arrivare a vinificare in purezza i nostri meravigliosi autoctoni sarebbero passati ben 8 anni dal primo impianto. Nel frattempo, non ci siamo mai stancati di sperimentare, formulando così originali blend in cui unire autoctoni e Sangiovese ed arrivando finanché a creare il primo Spumante al mondo di sole uve Mammolo. I traguardi raggiunti fino ad oggi sono sicuramente molti, non sappiamo cosa ci riserva il futuro, ma una cosa è certa: ogni giorno lavoreremo nella ricerca dell’Eccellenza.